“Sai perché la neve è bianca? Perché non riesce più a ricordare qual’era un tempo il suo colore”

Una decade or è iniziai con lo scrivere un diario virtuale, conteneva un po’ di tutto: vortici di emozioni, sentimenti, ansie, paure, speranze, considerazioni a caldo, a freddo, smemorate, in taluni casi pure un po’ ipocrite quasi non ci rendesse conto dell’unicità, unitarietà e unilateralità del lettore… un classico diario in fin dei conti, che ha visto periodi felici, fatti di continui scritti, tristi, con interi mesi di latitanza, bui, luminosi… una fotografia estremamente colorata di quelli che, come recitava l’omonima canzone, sarebbero dovuti essere i migliori anni della mia vita (o almeno fino ad ora…). Eppure non solo, nonostante ci siano stati negli ultimi mesi aggiornamenti pesantissimi, non ho la benchè minima intenzione di continuarlo ma non riesco quasi più a percepire, rileggendolo, gli stati che provavo… quasi come ne avessi dimenticato il colore, l’anima, ma non ovviamente l’esperienza fornita, anche perché quel che sono lo devo a quel che sono stato e rinnegare il passato e come farlo con il presente…

Platone sosteneva che la scrittura produceva dimenticanza nelle anime che, fidandosi della stessa, si sarebbero abituate a ricordare dal di fuori e non dal di dentro e da sé medesime, ed io non pretendo certo di rivivere quelle esperienze in maniera pura e vivida (non ho certo una memoria eidetica) ma almeno di non percepirle come bianche, scolorite, frutto di un qualcosa di perduto, cristallizzato in un passato morto. Eppure è così, ma divago.

“Prima di tutti, vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendermi e non c’era rimasto nessuno a protestare.”

La sofferenza rappresenta fondamentalmente, nella nostra esistenza, una forte scossa emotiva, è in grado di cambiarci sia in meglio, facendoci percepire i nostri limiti, la nostra natura, il bisogno di legarsi con amore e fiducia agli altri; che in peggio, facendo emergere un odio ed una rabbia nei confronti del mondo intero, reo di averci attaccato spesso in maniera spietata. In questo quadro la crisi non aiuta, sia perchè siamo troppo abituati ad un consumismo senza limiti dove tutto, specialmente la nostra percezione esterna, ruota intorno alla novità del momento (ergo chi non ha, non è), sia perchè siamo cresciuti nel benessere e risulta difficile passare agli antipodi (non siamo come i brasiliani nelle favelas che conoscono solo la povertà, noi, appunto, conosciamo la felicità del viver sereni). E non so perchè ma ho quasi la percezione che la sofferenza che tutta la nazione sta provando in questo momento, stia trasformando tutti “in peius”, vedo un eccessivo rastrellamento di quei valori etici e morali ai quali siamo stati educati, una fredda e distaccata convenienza nella selezione delle relazioni umane, nella svendita della nostra identità in cambio di un qualcosa di incredibilmente futile e passeggero, depressione nel sentirsi inutili per aver perso il posto di lavoro, ansia nella maniacale e distruttiva tendenza del gioco d’azzardo, nella brutalità con cui si è disposti a pugnalare gli altri per un pugno di mosche…  e lo vedo troppo spesso. Uno dei più famosi teorizzatori dell’oscura natura umana, Hobber, con il suo “homo homini lupus”, non pote non evidenziare il come in quel terribile stato di natura, nella lotta di tutti contro tutti, gli essere umani, gli individui, si fossero resi conto che quello stato perenne non avrebbe portato a nulla e così si affidarono al Leviatano, coscienti che così avrebbero avuto un futuro migliore… Oggi manca pure quella coscienza, si sta pian piano, nell’erosione di tutte le nostre certezze, smantellando pure la nostra capacità di essere lungimiranti nella gestione della nostra vita sociale, nelle scelte che dovrebbero guidarci ad essere collettivamente prima padroni e poi artefici del nostro destini. Non vedo un futuro perchè non c’è lavoro, c’è crisi, carenza di materie prime, la globalizzazione, l’euro, le troppe tasse, l’impossibilità di arrivare a fine del mese, … , ma perchè non ci siamo noi come esseri umani, ci stanno portando via la cosa che più importa, l’umanità, la sensibilità, la capacità di unirsi ed insieme risolvere i problemi, insomma la consapevolezza che solo insieme si possono affrontare le sfide ed uscirne vincitori, lì dove o si combatte come collettivo (ma quello vero) o si soccomberà piano piano, volta per volta, uno ad uno individualmente.

E’ strano (e per me forse lo è ancora di più) sono perfettamente cosciente che da qui ad ora per 4 mesi si deciderà parte fondante del mio destino, diversi nodi verranno al pettine in un’escalation che potrebbe vedermi anche soccombere psicologicamente (troppo stress e pesi), eppure sono irrimediabilmente calmo, pacato, ostento l’innata sicurezza di chi possiede il dono della preveggenza… ad attimi ho quasi l’impressione che il tempo scorra più lentamente del dovuto, tempo che vorrei mi catapultasse poco dopo le idi di settembre. Mi sento come un generale che la notte antecedente all’alba di una dura battaglia, che deciderà le sorti proprie, dei suoi uomini e della guerra, dorme profondamente (e non per stanchezza!). Sono sereno quasi come cosciente che farò tutto il possibile per riuscire ma al contempo mi sembra quasi di aver accettato un rischio di un possibile deragliamento dei miei intenti, del resto persino gli imponenti antichi dei dovevano sottostare al destino teso dalle tre Parche, e la vita è colma di momenti imprevisti, dal doppio ed antagonistico sapore.

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