Un ragazzo (o una ragazza) tali più che limitarsi ad accettare quei canoni che gli sono imposti (non si è belli per scelta propria) li interiorizza, li fa propri, per cui agisce in conformità a quei canoni non per “tradizione” (nel senso di essere spinti dalla società, dagli altri. ex: il decidere di non trascurarsi e anzi di curarsi molto) ma sulla spinta di un moto interiore che trasforma l’imposizione esterna in una motivazione individuale all’azione, facendo cambiare completamente la prospettiva con la quale il bello osserva sé stesso nei suoi rapporti con gli altri e con la natura, a differenza di un non-bello, o anche la prospettiva con la quale l’uomo valuta e giudica la sua azione nel mondo (interessante a tal punto il binomio bellezza/sicurezza…). Tutto ciò può essere considerato propriamente negativo? Mi spiego: il bagaglio di risorse personali necessita per una corretta “accettazione” nella società di una rete di supporti sociali cui il bello deve fare riferimento. Ora essendo “raro” e cosciente di ciò, dove riversare gli effetti delle eventuali esperienze di un presunto insuccesso, come la percezione della gravità, il malessere che ne consegue, la consapevolezza di essere più o meno responsabili dell’accaduto? In verità manca la possibilità di condividere le stesse difficoltà con i coetanei simili e non possiamo non ricordare che la “gestione” di una vita personale vive della contemporanea capacità a gestire il rapporto con i pari…Ora è corretto dire che ciò è causa di eccessi di narcisismo, dello spingersi verso droga, alcol (quindi “un’evasione dal disagio”)? O che, anzi, rafforza il senso d’identità personale (che risulta essere caratterizzato da alcune esperienze emotive fondamentali: la percezione di essere distinto da ogni altro; la percezione di un sé che continua nel tempo in modo unitario; la coscienza di disporre di interessi, aspirazioni, desideri considerandoli come propri; la coscienza di essere riconosciuto importante e diverso dagli altri.)? O che sono un out/out con tertium non datur?
Questo “imperativo morale” (beh, la parodia :-) forse) che induce i belli a progettarsi e realizzarsi come individui autonomi, autosufficienti, indipendenti senza più l’ombrello protettivo “della rete sociale e del confronto” non lascia alternative: o riuscita o fallimento.
Incertezza, legami deboli, rischio, precarietà, centralità dell’Io saranno i tratti peculiari del perdente, vittima di un’erosione regolare e sistematica di tutte quelle sicurezze e quei punti di riferimento che gli consentivano di prefigurare se stesso…
Discorso totalmente diverso per il vincente, individualità d’eccezione che si ergerà necessariamente sprezzante della propria superiorità contro e su tutti… Spiritualmente più forte e psicologicamente più preparato affronterà meglio di chiunque altro le sfide della vita.