“Sai perché la neve è bianca? Perché non riesce più a ricordare qual’era un tempo il suo colore”

Una decade or è iniziai con lo scrivere un diario virtuale, conteneva un po’ di tutto: vortici di emozioni, sentimenti, ansie, paure, speranze, considerazioni a caldo, a freddo, smemorate, in taluni casi pure un po’ ipocrite quasi non ci rendesse conto dell’unicità, unitarietà e unilateralità del lettore… un classico diario in fin dei conti, che ha visto periodi felici, fatti di continui scritti, tristi, con interi mesi di latitanza, bui, luminosi… una fotografia estremamente colorata di quelli che, come recitava l’omonima canzone, sarebbero dovuti essere i migliori anni della mia vita (o almeno fino ad ora…). Eppure non solo, nonostante ci siano stati negli ultimi mesi aggiornamenti pesantissimi, non ho la benchè minima intenzione di continuarlo ma non riesco quasi più a percepire, rileggendolo, gli stati che provavo… quasi come ne avessi dimenticato il colore, l’anima, ma non ovviamente l’esperienza fornita, anche perché quel che sono lo devo a quel che sono stato e rinnegare il passato e come farlo con il presente…

Platone sosteneva che la scrittura produceva dimenticanza nelle anime che, fidandosi della stessa, si sarebbero abituate a ricordare dal di fuori e non dal di dentro e da sé medesime, ed io non pretendo certo di rivivere quelle esperienze in maniera pura e vivida (non ho certo una memoria eidetica) ma almeno di non percepirle come bianche, scolorite, frutto di un qualcosa di perduto, cristallizzato in un passato morto. Eppure è così, ma divago.