You are currently browsing the category archive for the 'Economia' category.

Beppe Grillo
Per maggiori informazioni sull’OPA clicca qui Wikipedia, qui invece per l’articolo di Grillo.
Ho letto il post e sinceramente non ho mai creduto a Babbo Natale anche se spesso condivido le iniziative di Grillo, così ho fatto una breve ricerca su Google. Eccone le conclusioni:
1. L’OPA così come proposta è inattuabile avendo Berlusconi & Co. la maggioranza di Mediaset.
Da Wikipedia Principali azionisti Mediaset
Capitalizzazione di mercato: circa 5.500.000.000 €
- Silvio Berlusconi – 40,179%, tramite:
- Fininvest Finanziaria d’Investimento SPA. – 36,384%
- Mediaset SPA. (azioni proprie) – 3,795%
- Capital Research and Management Company – 4,920%
- Mackenzie Cundill Investment Management LTD. – 3,441%
- Barclays Global Investors UK Holdings LTD – 2,309%
- Abu Dhabi Investment Authority – 2,042%
- Silchester International Investor LTD. – 2,017%
- Tweedy Browne Company LLC. – 2,003%
- Mercato – 43,089%
—
2. Da Wikipedia “Dopo la comunicazione dell’OPA, il prezzo del titolo va generalmente a rialzo per via della forte relazione che lega l’informazione alle variazioni di prezzo, ciò richiede il rispetto di determinate condizioni” quindi perchè proporla proprio ora, perchè non farla scendere sotto i 3.80? Se cliccate qui c’è chi parla di un “contratto che comporta obblighi” sull’eventuale discesa dei titoli di Mediaset sotto i 3,80€. Interessante… non trovate?
Alla luce di questi due punti (e sulla loro eventuale attendibilità), mio caro Beppe sei sicuro di non star facendo un grosso favore a Silvio, considerata anche la tua tempistica e la coincidenza dei “3.80″? Qualche spiegazione?
Ecco una spiegazione semplice e coincisa
Ovviamente non si pretenda di aver ottenuto una spiegazione esauriente, la riduttività del video deve essere solo di stimolo per proficui e genuini approfondimenti.

Ho appena scaricato e letto l’ultima ottima trovata di Beppe Grillo, “Schiavi Moderni“. La verità nel regno dell’inganno universale, nell’impero della cloroformizzazione del cittadino, è un atto rivoluzionario e mi auguro che questo testo sia uno di quei tanti tasselli (come anche La Casta) che possano finalmente scuotere (malamente) le nostre coscienze.
Riporto la prefazione di Joseph E. Stiglitz che evidenzia in maniera assolutamente disinteressata e obiettiva il nostro masochismo.
Dall’Italia mi giungono notizie allarmanti: la legge sul primo impiego viene ritirata in Francia dopo poche settimane di mobilitazione studentesca e da voi la legge 30 resiste senza opponenti dopo anni. Nessuna opportunità è più importante dell’opportunità di avere un lavoro. Politiche volte all’aumento della flessibilità del lavoro, un tema che ha dominato il dibattito economico negli ultimi anni, hanno spesso portato a livelli salariali più bassi e ad una minore sicurezza dell’impiego. Tuttavia, esse non hanno mantenuto la promessa di garantire una crescita più alta e più bassi tassi di disoccupazione. Infatti, tali politiche hanno spesso conseguenze perverse sulla performance dell’economia, ad esempio una minor domanda di beni, sia a causa di più bassi livelli di reddito e maggiore incertezza, sia a causa di un aumento dell’indebitamento delle famiglie. Una più bassa domanda aggregata a sua volta si tramuta in più bassi livelli occupazionali. Qualsiasi programma mirante alla crescita con giustizia sociale deve iniziare con un impegno mirante al pieno impiego delle risorse esistenti, e in particolare della risorsa più importante dell’Italia: la sua gente. Sebbene negli ultimi 75 anni, la scienza economica ci abbia detto come gestire meglio l’economia, in modo che le risorse fossero utilizzate appieno, e che le recessioni fossero meno frequenti e profonde, molte delle politiche realizzate non sono state all’altezza di tali aspirazioni. L’Italia necessita di migliori politiche volte a sostenere la domanda aggregata; ma ha anche bisogno di politiche strutturali che vadano oltre e non facciano esclusivo affidamento sulla flessibilità del lavoro. Queste ultime includono interventi sui programmi di sviluppo dell’istruzione e della conoscenza, e azioni dirette a facilitare la mobilità dei lavoratori. Condivido l’idea per cui le rigidità che ostacolano la crescita di un’economia debbano essere ridotte. Tuttavia ritengo anche che ogni riforma che comporti un aumento dell’insicurezza dei lavoratori debba essere accompagnata da un aumento delle misure di protezione sociale. Senza queste la flessibilità si traduce in precarietà. Tali misure sono ovviamente costose. La legislazione non può prevedere che la flessibilità del lavoro si accompagni a salari più bassi; paradossalmente, maggiore la probabilità di essere licenziati, minori i salari, quando dovrebbe essere l’opposto. Perfino l’economia liberista insegna che se proprio volete comprare un bond ad alto rischio (tipo quelli argentini o Parmalat, ad alto rischio di trasformazione in carta straccia), vi devono pagare interessi molto alti. I salari pagati ai lavoratori flessibili devono esser più alti e non più bassi, proprio perché più alta è la loro probabilità di licenziamento. In Italia un precario ha una probabilità di esser licenziato nove volte maggiore di un lavoratore regolare, una probabilità di trovare un nuovo impiego, dopo la fine del contratto, cinque volte minore e fino al 40% dei lavoratori precari è laureato. Ma se li mettete a servire patatine fritte o nei call-center, perché spendere tanto per istruirli?
Inutile affermare di condividere quanto si afferma sopra; urge una politica di valorizzazione e stabilizzazione del lavoro non certamente la nostra di flessibilizzazione e precarizzazione. Il motivo è evidente: possiamo vincere la sfida della competitività globale solo puntando sulla qualità lavorativa, sociale e produttiva (c’era una volta il Made in Italy…) mentre la competizione bassa, fondata sul taglio delle garanzie, dei diritti sociali, sull’atrofizzazione ed alienazione del lavoratore (che andrebbe valorizzato ed spronato a dar di più) è fallimentare… Siamo la repubblica delle banane (pensando al The Economist), non abbiamo (come i francesi) un’etica non solo dello Stato ma nemmeno di noi stessi visti come cittadini, preferiamo lasciarci logorare dal pessimismo e qualunquismo piuttosto che preoccuparci di come diffondere la nostra insoddisfazione (sofferenza) e cercare di coinvolgere gli altri al fin che il sistema cambi. Continuiamo a subire, in un silenzio placido, mentre davanti a noi diventano: schiavi, i nostri figli o noi stessi, sfruttati, atrofizzati ed alienati; morte, sperimentazione (umane sono le cavie che capitano sotto i ferri del raccomandato di turno) e diffusione malattie, gli ospedali; impunità, la legge, lì dove la certezza della pena, l’uguaglianza di fronte alla legge, la tutela degli innocenti sono inutili aneliti; discriminazione e selezione sociale, le università (penso alle torre d’avorio delle università prestigiose e delle tante lauree plebee dalla valenza inesistente); retribuzioni per nullafacenti ed estorsioni legalizzate per le lobbies bancarie, le tasse; (o mio caro Pericle di Tucidide) pregiudicati e preoccupati solo di arrecare beneficio alla propria casta, i politici, lì dove non c’è interesse collettivo bensì oligarchico… potrei continuare quasi all’infinito ma a cosa servirebbe (!?), questo mio grido continuerebbe solo ad echeggiare nella mia mente, nella mia sete di democrazia, animandomi ma al contempo gettandomi in una forte angoscia esistenziale conscio della mia impotenza, solitudine e del menefreghismo altrui. Sarà anche questa una forma di schiavitù moderna (il sentirsi inadatto a vivere in questa società perché educato a valori che ne sono antitetici)!?



Commenti Recenti