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New Year's wishes
Ed è proprio quando si è sentiti avvolti dalla globalizzazione sociale più ampia, che ci si sente più soli. Tra inutili festeggiamenti, ridotti ad un consumismo che puzza di crisi, circondati da troppi, si decide di isolarsi, di non rispondere alle centinaia di sms che arrivano, ai soliti auguri taluni ipocriti, altri doverosi, forse qualcuno sincero. Tutto un incredibile nonsenso, per chi sembra festeggiare tutto l’anno per poi chiudersi nella malinconica tristezza di pochi attimi, nel peso di un destino che si poserà autoritario e che avrà da pretendere.

Can't turn back time (shimoda7)
Tempo come dissolvenza di un’anima pregna di lascive cicatrici, immagini-istanti che ne rimembrano il passaggio. C’è forse un modo per racchiudere la certezza di ciò che siamo stati in un presente, che pensato è già passato, proteso nell’incertezza ed aleatorietà del futuro? Si ha sempre la sensazione di non averlo vissuto abbastanza nel suo tirannico dominio, di aver dato sempre troppo poco, di non aver mai spremuto fin in fondo le nostre potenzialità… dove potevano realmente arrivare e dove siamo ora. Non finiamo mai di imparare, mai di sbagliare, sempre pronti a saper come agire la prossima volta, protesi nel divenire di un presente arido. I vincoli del passato sono le orme indellebili dei nostri passi, che non si riescono a cancellare… e che purtroppo condizionano non solo noi stessi ma ciò che vorremmo che se ne mostri. Lì dove c’è, poi, il nostro cuore con le sue, irrazionali, ragioni, che comanda, condiziona, spinge, persevera, stravolge fino alla necesserietà di un’azione inevitabile.

Continuo a non comprendere la vanificazione dei miei sforzi e le consequenziali angoscia, destabilizzazione emotiva e demoralizzazione che, dopo ripetuti tentativi, mi prendono. Ci sono attimi, istanti, in cui mi piacerebbe distruggere tutto, inestricarmi nel nulla, circondato dalla calma apparente di un chiaro e perpetuo bagliore di mero riposo senza sogni e fine… solo, con un sorriso sulle labbra. Quando il caos, di uno di quelli peggiori, attanaglia la nostra esistenza, si vorrebbe così tanto un po’ d’ordine. Ma quando questo non arriva nonostante lo si invochi, ci si impegni a sdradicarne le nemeni, come reagire? Non esistono forse limiti alla sopportazione umana?! E quando questi vengono raggiunti, come ci si sente? Non forse stanchi, semplicemente stanchi, nella sol voglia di languire nell’inerzia con lo sguardo, privo di volontà di vivere e passione, dell’inutile silenzio celato dall’angoscia e dalla solitudine dei nostri spiriti? Tutto per l’aver creduto, l’aver confidato, l’aver sperato in chi, per altisonanti ragioni di necessarietà di fine, prescindendone dai mezzi, non è stato in grado di aiutarci, di prospettarci un’accettazione rassegnata od almeno di dissiluderci con dolcezza. Eppure dove si è sbagliato? Dove si è giustificata questa furia nei nostri confronti? Si è esausti nel dilemma di chi per forze di cose non può abbandonare ma per lo stesso mitivo non può nemmeno continuare perchè quella piccola fiamma, che dignitosamente regeva quei castelli d’aria oramai si sta spegnendo, è sempre più debole e basterebbe davvero poco per farla svanire… e lì allora non resterà che lasciarsi avvolgere definitivamente, senza opporre la minima resistenza, dalla forza cosmica. Lì dove si spera di finire per non dover più ricominciare.



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